
"Deliranti farneticazioni".
"Non ci credo"
Berlusconi dice di non amare la parola "complotto", ma aggiunge pure che non considera affatto normale quello che in questi giorni sta accadendo a lui e al suo gruppo:
"Non credo a una parola di quello che si dice di Marcello Dell'Utri, che prima di essere un collaboratore e' un amico. E per quello che mi riguarda, rapporti con la mafia ne ho avuti una volta soltanto, vent'anni fa, quando tentarono di rapire mio figlio Piersilvio, che allora aveva 5 anni: portai la mia famiglia in Spagna, e vissero li' molti mesi".
"Ci sono giudici che rispondono alla giustizia, e altri che rispondono all' ideologia. Voglio che la politica esca dai palazzi della magistratura e mi adopererò per questo con tutte le mie forze".
"Ci sono elementi, in questi ultimi sette giorni, che provano una volontà precisa: c' e' chi vuole criminalizzare un movimento politico formato da gente nuova. E' opera, evidentemente, di chi riteneva di avere la vittoria elettorale già in tasca e adesso si è accorto che non è più così . Non c' è nulla di più farneticante che cercare di collegare con la mafia me stesso o Dell'Utri oppure Forza Italia. E' ora di dire basta".
"E' peggio, e' campagna elettorale. A questo punto non ci si può stupire più di niente. Credo che quanto sta accadendo sia semplicemente delirante".
Eppure un giardiniere mafioso ha lavorato nella sua villa di Arcore.
"Certo, ed e' lo stesso uomo che licenziammo non appena scoprimmo che si stava adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite, il principe di Santagata. E fu poco dopo che venne scoperto anche il tentativo di rapire mio figlio".
Parla di bombe, Silvio Berlusconi, di attentati che sarebbero stati ideati e tentati, contro alcune delle sue abitazioni.
Tentazioni di tornare indietro, di abbandonare il campo e rifugiarsi negli spogliatoi?
"Tutt' altro. Mi sento sollecitato ancor di piu' a continuare con maggiore forza e determinazione, perche' sono convinto che si debba dare a questo Paese un futuro di civilta' e di vera, sana democrazia. Voglio continuare nel lavoro che ho iniziato, per far scendere in campo con me l' Italia che lavora e produce, contro tutto quello che di vecchio e malato resiste ancora in questo Paese".
Questa intervista è del 20 marzo 1994, ad opera del Corriere della Sera. Non sembrano passati 15 anni. Le risposte sono sempre quelle. Le solite balle . Il solito atteggiamento . Cambia solo l'argomento. Si è passati dalla Mafia alle donne, in una evoluzione culturale del paese , degna della migliore repubblica delle Banane.
Erano le prime indiscrezioni dei legami tra la Mafia, Dell'Utri, Berlusconi, e Forza Italia. Un processo lungo, e d ancora in corso , che ebbe come tappa principale la condanna in primo grado di Marcello Dell'Utri a 9 anni di reclusione , per associazione mafiosa. Ecco un pezzo della sentenza:
[da pagina 1761 secondo capoverso]
Gli elementi probatori emersi dall’indagine dibattimentale espletata
hanno consentito di fare luce:
sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti
di “cosa nostra”, sui contatti diretti e personali con alcuni di essi (Bontate,
Teresi, oltre a Mangano e Cinà),
sul ruolo ricoperto dallo stesso
nell’attività di costante mediazione, con il coordinamento di Cinà Gaetano,
tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama
delle organizzazioni criminali operanti al mondo, e gli ambienti
imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo
FININVEST;
sulla funzione di “garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il
quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona,
adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di
Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o
“soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur
conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi
di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”), ottenendo l’avallo
compiaciuto di Stefano Bontate e Teresi Girolamo, all’epoca due degli
“uomini d’onore” più importanti di “cosa nostra” a Palermo;
sugli ulteriori rapporti dell’imputato con “cosa nostra”, favoriti, in alcuni
casi, dalla fattiva opera di intermediazione di Cinà Gaetano, protrattisi per
circa un trentennio nel corso del quale Marcello Dell’Utri ha continuato
l’amichevole relazione sia con il Cinà che con il Mangano, nel frattempo
assurto alla guida dell’importante mandamento palermitano di Porta
Nuova, palesando allo stesso una disponibilità non meramente fittizia,
incontrandolo ripetutamente nel corso del tempo, consentendo, anche
grazie a Cinà, che “cosa nostra” percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo
dall’azienda milanese facente capo a Silvio Berlusconi, intervenendo nei
momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo FININVEST
(come nella vicenda relativa agli attentati ai magazzini della Standa di
Catania e dintorni), chiedendo al Mangano ed ottenendo favori dallo stesso
(come nella “vicenda Garraffa”) e promettendo appoggio in campo politico
e giudiziario.
Dell'Utri, tanto per ricordarlo ai più ignari, è ancora in parlamento, rieletto nel 2008. In Italia non basta avere avuto rapporti con mafiosi per essere esclusi dalla politica. Anzi. Andreotti insegna.
C'è un altro particolare che ho ritrovato, girovagando su internet. Era il 13 luglio del 1998 quando il mafioso Vittorio Mangano testimoniò al Processo Dell'Utri. Questo è l'audio della sua deposizione.

Un volta nelle sue ville del Cavaliere, come disse Dell'Utri al suo processo, c'erano persone "a cui era meglio non fare domande". Ora invece stiamo discutendo dei suoi gusti sessuali, di cosa combina alle sue feste , di che ragazze invita nelle sue ville. Cose sempre gravi considerando la sua posizione politica, ma bisognava ridursi cosi in basso per capire con chi avevamo a che fare.
Risvegliati Italia!
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