La
prima pagina di oggi (mercoledì 28 marzo 2010) del quotidiano
diretto da Vittorio Feltri titolava cosi «Un
milione alla “suocera” di Fini, paga mamma Rai».
Un attacco alla madre della compagna del Presidente della Camera che
secondo
il quotidiano milanese sarebbe a capo di una società che crea
programmi televisivi, come per esempio Festa
Italiana
che la Rai pagherebbe 1,5 milioni di euro. Una trasmissione «di
scarso share» secondo Il
Giornale
che inoltre punta incredibilmente il dito sul probabile
conflitto di interessi che starebbe dietro tutto ciò:
«Certo
si dirà, nella Tv pubblica funziona tutto così: ogni partito ha i
suoi referenti, molti uomini raggiungono posti di potere attraverso
raccomandazioni politiche per non parlare delle vie «facilitate» di
certe attricette o vallette. E, in molti casi, il risultato finale
può anche essere una buona programmazione che fa risultati
d’ascolto, come è il caso della rete diretta da Mauro Mazza.
Ma certo è meglio che la «moglie» di Cesare sia al di sopra di
ogni sospetto, soprattutto quando Cesare è il Presidente della
Camera»
Un attacco
non troppo soffuso a Gianfranco Fini completato
negli articoli di contorno. Un primo dove vengono riportate le parole
del premier che accuserebbe proprio la terza carica dello stato di
«abbassare
i toni solo perché è isolato. Poteva pensarci prima…»;
uno altro dove un sondaggio darebbe in
diminuzione del 5% la fiducia in Fini
, uno che critica la sua scialba
presenza a
Ballarò
e un altro con un titolo che dice tutto: «Il
virus di Fini sta sfasciando il Pdl».
Ripensando
a quanto accaduto in questi anni lo stupore è l’ultima reazione
che questa situazione può suscitare. Potremmo ricordare il video
trasmesso da Striscia
la Notizia
nel novembre 2007 che mostrò l’allora nuova compagna Elisabetta
Tulliani
mentre scambiava tenerezze con il suo ex fidanzato, Luciano
Gaucci.
Un video che fece arrabbiare Gianfranco Fini tanto da telefonare a
Berlusconi (secondo
Feltri) per chiedere delle spiegazioni e che, sempre
secondo l’allora direttore di Libero
fu
in parte causa della loro prima
rottura. Un altra storia è il famoso editoriale sempre di Feltri
che invocava, quasi come una minaccia, un dossier sexy sul partito
del Presidente della Camera: «È
sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a
luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare
uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme».
Un messaggio che venne criticato anche da molti esponenti del Popolo
delle Libertà come
Maurizio Lupi,
e che spinse Fini a sporgere querela verso il suo autore. Lo stesso
che si difese spiegando che «il fascicolo a luci rosse di cui ho
scritto sul mio giornale riguarda una vicenda nota, un procedimento
giudiziario chiuso nel 2000 con sentenza dal Tribunale di Roma[...]
di
una vicenda di cui si è occupato anche Marco Travaglio in un suo
libro[...]».
Ritornando
ai fatti odierni è bene ricordare la posizione del premier
Berlusconi
che in merito alla notizia si è espresso cosi: «Gli esprimo la più
convinta solidarietà per gli attacchi personali che quest’oggi Il
Giornale
gli ha mosso. La critica politica, anche più severa, non può
trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno
a che fare con la politica. Tali metodi, che assai spesso ho dovuto
subire personalmente, non vorrei mai vederli applicati, specie su
giornali schierati con la nostra parte politica». Solidarietà
espressa subito dopo anche dall’on. Ghedini
e il ministro La
Russa.
Uno dei punti di scontro tra Fini e Berlusconi alla Direzione
nazionale del Pdl fu proprio in merito a questo e cioè agli attacchi
che il quotidiano di famiglia compiva reiteratamente nei confronti
del presidente delle Camera. «Non parlo con il direttore de Il
Giornale
e non ho alcun modo di influire e ho
convinto mio fratello a metterlo in vendita»
fu la risposta del Cavaliere. Un frase che ha lasciato dei dubbi
perché ha messo in luce la contraddizione del voler vendere
ugualmente il quotidiano nonostante si sia affermato di non
controllarlo. Un dubbio che venne anche all’on. Di
Pietro
appena dopo l’editoriale sul dossier sexy di alcuni mesi fa:
«Ci
sono gli estremi tecnici per un tentativo di ricatto in atto, ma ci
interessa capire chi è il mandante. Feltri è l’utilizzatore
finale ma per chi lavora quando manda messaggi pericolosi alla terza
carica dello Stato? Io
ho certezze processuali sul fatto che in passato il presidente del
Consiglio è stato mandante.
Se vuole denunciare anche me, ho “paccate” di documenti
processuali che dimostrano il comportamento da mandante di
Berlusconi, che ha dato ordini e disposizioni per liquidare
attraverso dossier e veline i suoi rivali».
L’ex pm
di Mani
Pulite
faceva riferimento ai continui attacchi ricevuti personalmente
dai quotidiani di area berlusconiana come Libero
e il
Giornale,
accuse e discredito che proprio le tre condanne inferte pochi giorni
fa a quest’ultimo hanno svelato come vi sia stato, secondo le
parole del Fatto
Quotidiano «un modus
operandi di
assoluta malafede: quello delle sistematiche campagne diffamatorie di
chi sa di avere le spalle coperte da un editore pronto a investire
milioni di euro per screditare, sui giornali e le tv che controlla in
conflitto d’interessi, i propri avversari politici. Qui
non si parla di cronisti che sbagliano, ma di killer che mentono
sapendo di mentire».
