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È l’ora della Pillola Rossa
POLITICA
post pubblicato in Storie D'Italia, il 18 ottobre 2011


 

Caro Tonino, basta un po' di chiarezza. Ma deciditi.


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permalink | inviato da Moon81 il 18/10/2011 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
post pubblicato in Simply The "Post", il 19 agosto 2011

Di Pietro non ha tutti i torti quando chiede "il carcere" per gli evasori. Se l'Italia è il paese che attira pure l'immigrato “evasore fiscale”,ci sarà un motivo? Colpa delle nostre brutte abitudini? Forse, ma principalmente le colpe ricadono su decenni di politica fatta di condoni, scudi fiscali, depenalizzazioni di falsi in bilancio e chi più ne ha, più ne metta.

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POLITICA
post pubblicato in Storie D'Italia, il 30 giugno 2011

Ora che Di Pietro è tornato”cazzuto” dopo l'inserimento truffaldino da parte del governo del processo "breve" nella finanziaria, tutti sono contenti. La cosa più ridicola è stato leggere alcuni articoli dopo la chiacchierata di Tonino con il Berlusca alla Camera: “Di Pietro passa al centro”, “Di Pietro tende la mano al governo sulla finanziaria” e la più bella e fantasiosa “Alleanza Idv-Pdl”. Tutte cose ingigantite per via di quel faccia a faccia. Che Di Pietro fosse personalmente di centro è risaputo.

 

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DIARI
post pubblicato in Passaparola con Travaglio, il 7 giugno 2010



Buongiorno a tutti, questa bottiglia di spumantino segnala un compleanno,oggi Passaparola compie 100 puntate, ci siamo visti 100 volte più una insieme a Peter Gomez. Sono astemio però vorrei brindare simbolicamente insieme a tutti voi a questo piccolo evento che ci soddisfa molto, spero che soddisfi voi quanto soddisfa me. Ci siamo visti 100 volte, all’inizio lo sapevano in pochi di questo appuntamento, questo è

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permalink | inviato da Moon81 il 7/6/2010 alle 20:49 | Versione per la stampa
POLITICA
post pubblicato in Diritto di Critica, il 30 aprile 2010

La prima pagina di oggi (mercoledì 28 marzo 2010) del quotidiano diretto da Vittorio Feltri titolava cosi «Un milione alla “suocera” di Fini, paga mamma Rai». Un attacco alla madre della compagna del Presidente della Camera che secondo il quotidiano milanese sarebbe a capo di una società che crea programmi televisivi, come per esempio  Festa Italiana che la Rai pagherebbe 1,5 milioni di euro. Una trasmissione  «di scarso share» secondo Il Giornale che inoltre punta incredibilmente  il dito sul probabile conflitto di interessi che starebbe dietro tutto ciò:

«Certo si dirà, nella Tv pubblica funziona tutto così: ogni partito ha i suoi referenti, molti uomini raggiungono posti di potere attraverso raccomandazioni politiche per non parlare delle vie «facilitate» di certe attricette o vallette. E, in molti casi, il risultato finale può anche essere una buona programmazione che fa risultati d’ascolto, come è il caso della rete diretta da Mauro Mazza. Ma certo è meglio che la «moglie» di Cesare sia al di sopra di ogni sospetto, soprattutto quando Cesare è il Presidente della Camera»

Un attacco non troppo soffuso a Gianfranco Fini completato negli articoli di contorno. Un primo dove vengono riportate le parole del premier che accuserebbe proprio la terza carica dello stato di «abbassare i toni solo perché è isolato. Poteva pensarci prima…»; uno altro dove un sondaggio darebbe in diminuzione del 5% la fiducia in Fini , uno che critica la sua scialba presenza a Ballarò e un altro con un titolo che dice tutto: «Il virus di Fini sta sfasciando il Pdl».

Ripensando a quanto accaduto in questi anni lo stupore è l’ultima reazione che questa situazione può suscitare. Potremmo ricordare il video trasmesso da Striscia la Notizia nel novembre 2007 che mostrò l’allora nuova compagna Elisabetta Tulliani mentre scambiava tenerezze con il  suo ex fidanzato, Luciano Gaucci.  Un video che fece arrabbiare Gianfranco Fini tanto da telefonare a Berlusconi (secondo Feltri) per chiedere delle spiegazioni e che,  sempre secondo l’allora direttore di Libero fu in parte causa della loro prima rottura. Un altra storia è il famoso editoriale sempre di Feltri che invocava, quasi come una minaccia, un dossier sexy sul partito del Presidente della Camera: «È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme». Un messaggio che venne criticato anche da molti esponenti del Popolo delle Libertà come Maurizio Lupi,  e che spinse Fini a sporgere querela verso il suo autore. Lo stesso che si difese spiegando che «il fascicolo a luci rosse di cui ho scritto sul mio giornale riguarda una vicenda nota, un procedimento giudiziario chiuso nel 2000 con sentenza dal Tribunale di Roma[...] di una vicenda di cui si è occupato anche Marco Travaglio in un suo libro[...]».

Ritornando ai fatti odierni è bene ricordare la posizione del premier Berlusconi che in merito alla notizia si è espresso cosi: «Gli esprimo la più convinta solidarietà per gli attacchi personali che quest’oggi Il Giornale gli ha mosso. La critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica. Tali metodi, che assai spesso ho dovuto subire personalmente, non vorrei mai vederli applicati, specie su giornali schierati con la nostra parte politica». Solidarietà espressa subito dopo anche dall’on. Ghedini e il ministro La Russa. Uno dei punti di  scontro tra Fini e Berlusconi alla Direzione nazionale del Pdl fu proprio in merito a questo e cioè agli attacchi che il quotidiano di famiglia compiva reiteratamente nei confronti del presidente delle Camera. «Non parlo con il direttore de Il Giornale e non ho alcun modo di influire e ho convinto mio fratello a metterlo in vendita» fu la risposta del Cavaliere. Un frase che ha lasciato dei dubbi perché ha messo in luce la contraddizione del voler vendere ugualmente il quotidiano nonostante si sia affermato di non controllarlo. Un dubbio che venne anche all’on. Di Pietro appena dopo l’editoriale sul dossier sexy di alcuni mesi fa:

«Ci sono gli estremi tecnici per un tentativo di ricatto in atto, ma ci interessa capire chi è il mandante. Feltri è l’utilizzatore finale ma per chi lavora quando manda messaggi pericolosi alla terza carica dello Stato? Io ho certezze processuali sul fatto che in passato il presidente del Consiglio è stato mandante. Se vuole denunciare anche me, ho “paccate” di documenti processuali che dimostrano il comportamento da mandante di Berlusconi, che ha dato ordini e disposizioni per liquidare attraverso dossier e veline i suoi rivali».

L’ex pm di Mani Pulite faceva  riferimento ai continui attacchi ricevuti personalmente dai quotidiani di area berlusconiana come Libero e il Giornale, accuse e discredito che proprio le tre condanne inferte pochi giorni fa a quest’ultimo hanno svelato come vi sia stato, secondo le parole del Fatto Quotidiano «un modus operandi di assoluta malafede: quello delle sistematiche campagne diffamatorie di chi sa di avere le spalle coperte da un editore pronto a investire milioni di euro per screditare, sui giornali e le tv che controlla in conflitto d’interessi, i propri avversari politici. Qui non si parla di cronisti che sbagliano, ma di killer che mentono sapendo di mentire».


POLITICA
post pubblicato in Lecco e dintorni, il 27 marzo 2010

«Lecco Conta»...«Mai la città a comunisti e Di Pietro»...«Un sindaco fuori dal comune». Sono questi gli ultimi slogan del candidato sindaco di lecco Roberto Castelli. Io vorrei dare una mia risposta a queste frasi propagandistiche che reputo di basso spessore politico.

Il «Lecco Conta» si basa sul ruolo istituzionale di viceministro del Castelli una posizione che metterebbe la città in rapporto diretto con la “Roma Ladrona” che sgancia i quattrini. Tralasciando la lieve venatura ricattatoria che nasconde questa idea ( Se vincesse un sindaco non vicino al governo Lecco non avrebbe comunque cioè che le spetta?) è da far notare che nonostante la zona abbia avuto una cospicua rappresentanza di politici (bipartisan) in parlamento negli ultimi sette anni ( 5 dei quali governati dal centrodestra) il comune di Lecco ha avuto una riduzione delle entrate che ammonta a 2.076.967,08 euro pari a 50 euro ad abitante (I Comuni della Provincia hanno, complessivamente, incassato 14.320.785,16 euro in meno pari a 52 euro a cittadino).

Nonostante a Roma ci siano due suoi ministri ( o quasi) Lecco non ha avuto neanche un euro per i danni causati dall'alluvione dello scorso anno che ha causato danni da 4 milioni di euro a Lecco e paesi limitrofi . Bertolaso scrive ora che «Mancano i fondi».

L'unica “vittoria” sono i soldi della Lecco-Bergamo che proprio Castelli sarebbe riuscito a scucire al CIPE giusto in tempo per la sua campagna elettorale. Soldi che sono costati alla Lega Nord uno scambio: il vergognoso salvataggio del sottosegretario al Cipe, Nicola Cosentino, indagato per camorra e secondo molti magistrati meritevole del carcere preventivo per pericolo di inquinamento delle prove. Bello sapere da dove arrivano i soldi per Lecco. In merito all'altro ministro, quello del Turismo le uniche cose che l'hanno messa in luce sono stati il saluto fascista ad una manifestazione ufficiale e la proposta degli incentivi per il golf che ha generato uno sberleffo bipartisan.

«Mai i comunisti e Di Pietro» invece mi riporta ai primi anni '90 quando la Lega era anche più dura e grezza dell'ex magistrato.Lo stesso Di Pietro che con le indagini di Mani Pulite diede man forte all'ideologia del partito di Bossi dando un vero corpo a “ Roma Ladrona”. Un movimento che nel 1998 ottene il 15% alle europee attaccando uno giorno si e l'altro pure un certo uomo politico “fatto da solo” definendolo amorevolmente il «mafioso di Arcore». Una cosa che fa riflettere è notare il cambiamento di ideali del partito del Senatur che dovrebbe ringraziare ogni giorno il magistrato Di Pietro.

«Un sindaco fuori dal comune» invece è quasi auto ironico. Castelli, continuamente criticato per i troppo impegni e quindi la probabile poca presenza che trascorrerà a Lecco ha coniato questo slogan. Rispondendo a questa giusta osservazione ha fatto un parallelismo con il sindaco di Milano Letizia Moratti e del suo lavoro moderno e innovativo, girando anche per il mondo che ha permesso di portare l'Expo 2015 nel capoluogo lombardo. U paragone assai stonato con un persona che nella graduatori dei meriti per l'Expo va probabilmente dietro Clarence Seedorf ( non , non è una battuta). Un sindaco girovago che lascerà come ricordo il fantastico Ecopass, un fallimento contro lo smog e l'approvazione del coprifuoco in una via della sua città come soluzione ai problemi tra extracomunitari.

Non propri un bell'auspicio per Lecco, vero Castelli? Risvegliati lecco. Risvegliati Italia!

POLITICA
post pubblicato in Diritto di Critica, il 18 marzo 2010

«Di Pietro può essere stata la penultima goccia che ha fatto traboccare il vaso[...] mi hanno chiesto di non invitarlo». Questa frase sembrerebbe appena uscita dai verbali dell’inchiesta di Trani, quella che coinvolgerebbe Silvio Berlusconi e i vertici dell’Agcom ma non è così. E’ stato infatti l’ex – direttore editoriale e conduttore di Matrix, Enrico Mentana a pronunciarla più di un anno, dopo il suo licenziamento («Mi sono dimesso da direttore editoriale, dopodiché mi hanno licenziato da conduttore di Matrix») da parte di Mediaset. Il fondatore del Tg5  raccontò  di una lettere scritta al presidente di Mediaset Fedele Confalonieri in cui gli chiedeva una via d’uscita perché non si sentiva più «a casa in un gruppo che sembra un comitato elettorale, dove tutto ormai la pensano allo stesso modo e del resto sono stati messi al loro posto proprio per questo». Il giornalista era convinto che Berlusconi chiese la sua testa parecchie volte ma spiegò che «a volte però si chiede la testa di qualcuno per non ottenerla, è un modo per marcare il territorio» . Alla domanda se  “Fu Confalonieri a chiederle di non invitarlo?” il giornalista rispose cosi: «Sì, del resto che tra Di Pietro e il pianeta Berlusconi ci sia della ruggine non è un mistero.

Come ricordato era il febbraio 2009 e di li a poco ci furono le nomine Rai del presunto vertice a Palazzo Grazioli (residenza del presidente del Consiglio n.d.r.)  dal quale uscirono alcuni dei nomi per la nuova gestione dell’azienda di Via Mazzini come ad esempio quello di  Mauro Masi, ex  segretario generale a Palazzo Chigi che diventò appunto direttore generale della Rai. L’opposizione parlò di record: «È successo quello che sinora in Rai non si era mai visto: una tornata di nomine nel bel mezzo della campagna elettorale. Una forzatura grave, una decisione sbagliata che rischia di accrescere uno squilibrio già grave nell’informazione in un momento particolarmente delicato».  Parole pronunciate da Andrea Orlando, portavoce dei democratici e corroborate da quelle di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del PD al Senato: «Berlusconi ha perso il senso del limite. Altro che duopolio Rai e Mediaset da oggi siamo al monopolio del Presidente del Consiglio e questo è davvero inaccettabile per un Paese democratico». Lo stesso Antonio Di Pietro parlò «dell’ingordigia di responsabilità del premier nell’occupare totalmente la Rai in questo giro di nomine  nominando persone del suo entourage e perfino giornalisti al suo seguito».

Alla luce di tutto questo c’è da chiedersi cosa raccontino di nuovo le notizie che arrivano in questi giorni da Trani. Antonio Padellaro sul “Fatto quotidianoscriveva : «Molti dicono:  sapevamo tutto ma non c’erano le prove. Adesso le prove ci sono. L’inchiesta della Procura di Trani [...] è un documento nitido e conseguente in ogni suo passaggio sul potere assoluto dell’illegalità in Italia».  La frase «Non voglio più vedere Antonio Di Pietro in TV» che sarebbe stata pronunciata da Silvio Berlusconi in uno dei suoi sbotti telefonici è una altro chiaro esempio di tutto ciò, ma è tanto differente da quello raccontato da Mentana un anno fa? Si tratta sempre di informazione televisiva, di un ospite o una trasmissione sgradita e del “mero proprietario” di Mediaset che interveniva per decidere in merito. Certo, una sostanziale e più grave differenza è che l’odierno caso non riguarda più una ditta privata ma un ente pubblico. Una TV  e  un ‘informazione che normalmente dovrebbero essere indipendenti dall’esecutivo ma che col passare degli anni sono diventate sempre di più un prolungamento del «comitato elettorale» tanto disprezzato da Enrico Mentana. Ancor più grave se fosse vero che tutti, anche inconsciamente, ne fossero stati al corrente. Una situazione incredibile che però probabilmente spiega la poca indignazione civile che ne sta derivando.


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In questo momento una delle mie frasi preferite.E’ stata attribuita a un uomo morto circa 2000 anni fa, nel 30 d.c. Quel’uomo combatté il sistema! Era un rivoluzionario!  Un diverso! Uno scomodo! Il suo esempio di lotta per la verità e la libertà è stato unico! E' stato crocefisso per ciò! Il resto di lui lo sapete già!

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