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POLITICA
post pubblicato in Diritto di Critica, il 31 ottobre 2009

Le dichiarazioni di questi giorni del mafioso Gaspare Spatuzza sembrano riportare la storia di Silvio Berlusconi indietro di quasi vent’anni, rimettendo in primo piano i suoi “presunti” legami con Cosa Nostra. Il pentito, ritenuto attendibile dai pm di Firenze che indagano sulle stragi del ‘93 a Roma, Firenze e Milano, ha raccontato dei colloqui avuti con il boss Giuseppe Graviano e di come è venuto a conoscenza della trattativa di quest’ultimo con il Berlusconi e il senatrore Marcello Dell’Utri. Tutte affermazioni trascritte nei verbali depositati in questi giorni al processo d’appello nei confronti del senatore siciliano del Popolo delle Libertà:

«Voglio precisare che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva. Questa affermazione mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l’attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico . Graviano era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri . Io non conoscevo Berlusconi e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani“».

Parole che fanno rabbrividire ma che il procuratore generale di Palermo ha ritenuto utili per arricchire il cachet di prove contro il senatore Dell’Utri, tanto da chiedere la sospensione del dibattito e la presa in esame di Spatuzza e dei fratelli Graviano.

«Sono tutte grandi cazzate» è stata la risposta dell’imputato Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, che  considera tutta questa situazione come «un teatrino che mi fa divertire. Lo faccio passare, altrimenti il danno sarebbe maggiore di quello che viene dalle sentenze». L’avvocato del Cavaliere, Niccolò Ghedini, chiudendo questo andirivieni di batti e ribatti  e in difesa del suo cliente, ha rilasciato alla stampa questo comunicato:

«Le dichiarazioni rilasciate da tale Spatuzza nei confronti del presidente Berlusconi sono del tutto prive di ogni fondamento e di ogni possibile riscontro. L’autorità giudiziaria ha già ampiamente indagato sulle assurde accuse che nel passato erano state mosse nei confronti del presidente Berlusconi e ne ha accertato, come era ovvio, la più totale estraneità a qualsiasi ipotesi di connessione con la mafia, fenomeno che i governi presieduti dall’on. Berlusconi hanno sempre fortemente ed efficacemente contrastato».

Dichiarazione più che ovvia da parte del legale ma che purtroppo non trova riscontro nelle motivazioni di archiviazione delle procure di Caltanissetta (2002) e di Firenze (1998) sulle posizioni di Dell’Utri e Berlusconi in merito alle stragi del ‘92 e del ‘93.  Scagionati entrambi per le pesantissime accuse di complicità con gli stragisti mafiosi, sentenza alla mano, risulterebbero ”macchiati” per aver intrattenuto con l’organizzazione «rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto». Sentenza di archiviazione del G.I.P. di Firenze che continua cosi:

«Esiste una obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra, rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione (Forza Italia n.d.r.): articolo 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale, asseritamente trascurato nelle leggi dei primi anni 90 [...] l’ipotesi iniziale, quella di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi del 93 a Milano, Firenze e Roma, ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità».

Archiviazione anche per il G.I.P. di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, ma con motivazioni molto simili a quelle del suo collega toscano:

«Gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra e esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati. Cioè è di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori».

Cosi, leggendo queste quasi sconosciute sentenze e collegandole alle dichiarazioni di Spatuzza, sembra che «la più totale estraneità a qualsiasi ipotesi di connessione con la mafia» tanto decantata dall’avvocato Ghedini non regga molto alla prova della verità, il sospetto resta. Piero Grasso, procuratore nazionale Antimafia, sentito anch’egli in questi giorni dalla Commissione Parlamentare Antimafia ha rilasciato altre  dichiarazioni molto importanti:

«Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord. Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, incaricato di organizzare il movimento politico, l’idea era quella di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina» ma «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale [...]. Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio” [...] ». Chi ha indicato a Riina queste modalità? Finché non si risponderà a questa domanda sarà difficile un effettivo accertamento della verità.

La verità, un parola che in questo Paese sembra rappresentare qualcosa che viene sempre dopo il credo politico, religioso,culturale ed anche economico. Una verità a pagamento probabilmente ma che, come ha dimostrato anche domenica scorsa Fabio Fazio a “Che tempo che fa“, (video sotto) mette il bavaglio a chi vorrrebbe parlarne in TV  sicuramente per la paura  delle solite ritorsioni mediatiche. In Italia bisogna aver coraggio di dire la verità e come diceva Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” «Il coraggio uno non se lo può dare».



(Scritto per Diritto di Critica®)

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